P.S.
Io mi sento un angelo...
in questo senso mi sento parte della storia
nella quale il figlio topolino passeggiando
con la mamma vede un pipistrello sopra
di loro e dice:
"Ehi, mamma, guarda: UN ANGELO!!!"
Beccata la laringite. E con essa la febbre. Oggi non vado al lavoro.
Avviso che non vado.
E
Devo telefonare al medico. Per il certificato. Medico.
Da oggi capisco.
Cosa sono i passaggi burocratici.
Ma capisco anche cosa vuol dire
Avere il diritto di ammalarsi.
Perché ammalarsi non è un diritto.
Per fortuna.
Ma ammalarsi è così triste e difficile..
Accade che ti ammali e stai a casa. Nel letto. A curarti. O solo a dormire. Ad un prezzo altissimo: il prezzo della paga mensile decurtata dai giorni di mancata presenza. Perché ti pagano ad ore. Lavorate.
E ad un tratto invece..ti pagano per stare a casa. Ammalata. Ti pagano per guarire. Ti pagano per non contagiare gli altri. Ti pagano perché è giusto che lo facciano. Perché è giusto. Perché è un tuo diritto. Essere pagata per stare a casa a guarire.
È lì che uso il termine ‘diritto di ammalarsi’…
Posso stare a casa, tranquilla. E pensare che nonostante i miei giorni lavorati siano ben pochi, la mia paga non ne risentirà.
Ed in questi giorni in cui sto a casa, a non pensare ai soldi che perdo, mi scopro a pensare.
A pensare.
Eppure sono sempre stata cosciente e consapevole che ‘la precarietà precarizza sì i rapporti di vita, ma non la capacità di pensiero..
e invece..
proprio io che dicevo questo, mi ritrovo a pensare..
ed a comprendere
di aver vissuto in un limbo, per tutto il tempo in cui..i miei ritmi di vita, i miei tempi ed i miei spazi sono stati condizionati da una tipologia di lavoro precaria.
Ora che ho la possibilità di godere di un giorno di non lavoro senza sentirne il peso, mi rendo conto che la mia libertà di pensare me stessa e la mia libertà di pensiero erano ‘veicolati’ dal peso della precarietà del rapporto lavorativo.
Condizioni di lavoro precario condizionano le libere scelte e le libere azioni anche delle persone che in piena coscienza avvertono il pericolo della riduzione ad automi da parte di un sistema economico che attraverso la precarietà dei rapporti di lavoro ostacola lo sviluppo di un sistema di pensiero fatto di singole persone che riconoscono il loro agire quotidiano come soggetti di identità singoli e collettivi, in entrambi i casi riconosciuti come tali, dunque come soggetti politici.
Assurgo alla consapevolezza che la precarietà della mia vita lavorativa precarizzava anche il mio sentire.
E con esso anche la mia capacità di pensare me stessa oltre i limiti posti dalla quotidianità
Svolgere un lavoro di tipo precario è una lastra.
Di gelo
sul cuore.
La mia piano si scioglie.
E man mano che si scioglie un dubbio nuovo mi assale..e tormenta i miei perché. . .
Il lavoro precario è tanto invasivo negli spazi delle vite delle persone che lo operano…modificandone comportamenti, possibilità di scelta, realtà della consapevolezza del divenire..
..Se il lavoro precario riduce la capacità di una società di riprodursi, se riduce la capacità di sviluppo economico oltre quello critico..se modifica la capacità di provare emozioni, sensazioni..
..Se la violenza ha lo scopo di indurre nell'altro comportamenti che altrimenti non avrebbe…
..Se il sillogismo ha un senso oltre la durezza della scolastica..
Allora son certa di non cadere in errore osando scrivere che il lavoro precario violenta le donne e gli uomini che lo operano e che ad esso sono assoggettati.
E son certa che neppure Stuart Mill non replicherebbe a vedere uno dei termini su cui costruì gran parte delle sue speculazioni utilizzato in tal senso.
Ma vaneggiando oso ancora oltre.
Per molti decenni i governi di molti paesi occidentali non hanno osteggiato volutamente la diffusione di sostanze stupefacenti (si pensi al legame tra crack e Reagan denunciato da Gary Webb), perché una società in cui le persone più giovani vivono assoggettate ai bisogni delle loro dipendenze è molto più controllabile di una società in cui le persone libere liberamente agiscono e liberamente pensano.
Il mondo del lavoro include, ma non ingloba, chi già vive altre forme di controllo sociale.
Rendendo precario il mondo del lavoro, la precarietà diviene strumento di controllo su una fetta della società finora rimasta meno soggetta ad assoggettamenti di tipo strutturali.
Che le danze abbino inizio..
Secondo il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani,
“critica” è: “…Arte o Scienza (nel termine è sottintesa la parola “TECHNE”) di giudicare, secondo principi del vero, del buono e del bello le opere dell’ingegno in specie quelle letterarie ed artistiche…”.
So che un incipit di questo tipo in un post può apparire borioso, ma reputandolo utile (sia la citazione che il post) mezzo per la divulgazione di idee, dubbi e collaborazioni, non mi scomodo sinceramente ad interrogarmi sulla sensibilità altrui, ma piuttosto sull’altrui apertura, che sono convinto sia molto spiccata e produttiva (questo è borioso!!!).
Veniamo ai processi. Succede che mi sono ammalato di nuovo, e, sempre più convinto che le mie malattie avvengano appositamente per unire a qualche fastidio una sana stasi catartica, mi sono messo a pensare su come sto cercando di fare alcune cose, sulla guerra che ho voluto intraprendere (e per mia fortuna condividere), sulla mia lucidità, sulla correttezza degli obbiettivi e sul fatto che il loro valore e la loro divulgazione sia quanto meno più importante del fatto di realizzarli o meno.
Quando parlo di musica col mio batterista Antonio, lui usa sempre la stessa espressione: “Uagliù, a’ musica è nù serpent’ ch’a nun ten cap’ e cod’!!!” a questo in genere seguono prima delle risate mie e di Vincenzo, poi un po’ di parolacce perché questa frase è il segnale del fatto che prima delle quattro di mattina non si finirà di discutere su come inscatolare questo serpente per il nuovo arrangiamento… ma questa è un’altra storia…
Quello che più conta in questa sede è il fatto che l’arte (non solo la musica) è davvero un serpente senza capo e coda! Chi fa arte non sa da che parte sarà morso, non sa da che parte proteggersi ed è costretto ad arrendersi ed attendere semplicemente di essere morso (anche se l’immagine non è bellissima, è comunque efficace e soprattutto usata da artisti quali Jim Morrison, anche se lui diceva “cavalca il serpente”)!
L’artista fondamentalmente dall’atto creativo alla produzione, quello che fa è “semplicemente” attendere!
Tirando le somme potremmo dire che:
Quello che manca è chi vede il serpente oltre all’artista!
Non credo di sbagliarmi se abuso della misericordia di chi legge dicendo che chi vede il serpente è la CRITICA.
I termini utilizzati da Pianigiani sono termini che non sono rivolti solo a chi per mestiere o passione approfondisce i concetti di bello, di giudizio e di buono. Sono termini che in realtà sono universalmente riconoscibili da chiunque. Non credo, infatti, esista essere umano che non sappia applicare un giudizio (per quanto personale esso possa essere) fondato.
Ho il sospetto che nell’attuale società (per lo meno quella che io conosco) il “giudizio fondato” sia peculiarità solo di pochi, ed allora inizio a chiedermi se è sempre stato così e perché è così.
A ben guardare il passato (anche se in realtà si tratterebbe di “guatare il passato” visto che l’insidia della menzogna storica induce ad una facile confusione) credo che sia sempre stato così, salvo casi eccezionali dovuti a rivoluzioni sociali. Solo che prima le strutture economiche (e quindi di potere) cercavano le novità artistiche (per motivi spesso infimi, ma comunque le cercavano), e di conseguenza spingevano il pubblico, tramite la pubblicità (strana assonanza vero?) ad avvicinarsi alle forme artistiche. Il pubblico (condotto dalla pubblicità) prendeva queste forme artistiche, le giudicava, le “criticava”, ne stabiliva il successo o meno, era il pubblico a far capire all’impresario del teatro se quell’opera andava replicata e quante volte! Diciamo che il pubblico il “serpente” del caro Antonio e del caro Jim, lo vedeva!
Oggi il serpente c’è ancora, lo si vede ancora ma lo si vede molto di rado.
Io non credo che questo avvenga perché il pubblico non è più in grado di vederlo o perché l’artista non ha più pazienza di essere morso, dico che per lo meno una fase di torpore – stanchezza attualmente vi sia da ambo le parti. Questo da cosa è causato?
E’ causato dall’assenza di un potere utile.
Non parlo assolutamente di correttezza dei poteri, parlo del fatto che se qualcuno approva un concerto di Ennio Morricone, con tutti i miei omaggi per il suo genio (che però credo e spero per lui non si puzzi di fame) ad un prezzo assurdo per il pubblico, qualcosa non va! Per lo meno questo qualcuno ha una garanzia per permettere questo, per lo meno questo qualcuno sa che anche ad un prezzo assurdo il pubblico ci sarà e sarà numeroso. La cosa triste (e qui si torna alla definizione di critica) è che il pubblico, e quindi noi, ha dimenticato una sfaccettatura della critica: il buono!
Mi viene quasi da pensare che se io, Giuseppe Donatacci, un illustre sconosciuto come artista, andassi da questo qualcuno e dicessi: “caro qualcuno, la mia garanzia sono tot soldi che ti do subito, o tot valore, che ti do subito, mi fai fare uno spettacolo a 90 euro a persona?” questo qualcuno mi dirà semplicemente: “Sì” senza troppi pensieri.
Se poi io sempre da illustre sconosciuto decido di far venire tante persone, assumo uno staff che costruisca la mia immagine e renda pubblica la mia immagine, poi questi mi fanno una marea di foto mentre do un bacio a un bambino, mentre scolo la pasta, mentre faccio ginnastica, mentre sono preso dalla mia arte, ecc…, poi lo stesso staff scrive un libro “scritto da me”, un auto biografia, auto elogiativa, chiama questo libro “L’arte che ho in mente” (il titolo è stato già testato, funziona, basta cambiare la seconda parola!!!) e lo stesso staff lo spedisce a tutte le famiglie italiane… dopo di questo posso fare il mio concerto a 90 euro a persona!
Sembra paradossale realizzare tutto questo! E’ impossibile che le cose si muovano così! E’ impossibile che qualcuno l’abbia già fatto (secondo me qualcuno l’ha fatto)!
No. L’unica cosa che reputo sia impossibile è che ciò continui ad esistere.
La cosa che reputo impossibile è restare immobili avanti a questo.
E’ fuori da ogni discussione che le nostre menti valgano più di un libro, è fuori discussione che i nostri pareri valgano più di ogni gioco di potere.
La mia catarsi è utile. Quello che sto facendo con Creatour è sacrosanto, difficile arduo e scomodo. Ma non vedo alternative, l’orgoglio della mia coscienza non muore facilmente. La mia coscienza orgogliosa mi reputa una persona intelligente, la critica è un mio diritto, come di ogni altro!
Signori e signore: il serpente è di tutti,
siate accorti!!!
A volte accade.
Accade che pensi intensamente ad una persona, e la incontri; è proprio lì, davanti a te, mentre attraversi la strada, tra gli scaffali del supermercato, ferma al semaforo; eppure l’avevi cercata per anni.
Che strane cose che accadono, a volte.
Accade che guardi un volto che per un istante, per un solo istante, ti passa davanti; lo stesso volto lo incroci ancora, nel tuo mondo, tra i tuoi amici, entra nella tua vita.. eppure quel volto – ne sei certa – non lo avevi mai visto.
A volte accade che credi nelle fate, e negli gnomi.
Quei piccoli esseri del mondo misterioso che ti raccontavano da bambina o che leggevi tra le pagine dei libri colorati che ti avevano regalato..
La mia fata è bellissima. Quando parlo con lei sorride. La mia fatina a volte concretizza i miei desideri, materializza i miei pensieri.
La mia fata porta fortuna alle persone che mi vogliono bene.
La mia fata porta fortuna solo alle persone che mi vogliono davvero bene.
Accade che i pensieri si concentrano intensamente su un desiderio..e quel desiderio, alle volte, prende vita.
(La mia fata naturalmente non c’entra nulla, ma è bello pensare che anche lei ne abbia il merito.)
Le cose belle accadono..anche quelle..a volte..
..l’infallibilità della notte fallibile..
19:30
La serata prende forma, i colori prendono vita, il brusio della gente che mormora. Che strano a quest’ora.
Il tramonto rende grazia ai colori, ai toni, agli sguardi, agli occhi.. trasudano le emozioni.
Ma il palco è silente..
Il silenzio.. il silenzio incalza.. si impossessa del mio sentire..
..riempie gli spazi, riempie i vuoti, i fruscii..
Il silenzio che parla, che ascolta, impellente
E che urla… copre i rumori.. e l’aria diventa rarefatta…sembra compressa..
Poi, l e n t a m e n t e, accade…
Accade. .
LA, SI, MI, …
..Ed è un’esplosione..
Le note espropriano i vuoti dai silenzi, volteggiano, danzano, arrivano ovunque.. Sfiorano la pelle.. abbracciano i corpi.. la vita si rimpossessa dei colori, la serata cambia forma, prende la sua forma.. il miracolo è compiuto..
È il miracolo della dolcezza dei suoni..
È il miracolo della potenza delle onde smosse con un’intensità violenta e pura.. i bassi, all’unisono, inconfondibili, di Biagio e di Domenico, il battito delle ali dei Gabbiani.. le Creature degli Animal.. la Falce e il Vinello..
..artisti.. artisti che si susseguono sul palco, che leggono storie di vita, Artisti Anonimi, che raccontano Anonime storie, di Anonime vite, in Anonimi giorni..
C’è stato un giorno, un giorno di festa, un giorno in cui Anonimi Artisti e Artisti più o meno Anonimi hanno trasformato grazie ad un palco la quotidianità di un giorno qualunque, di un racconto qualunque, in un racconto Atipico, in un giorno Atipico dove l’unica atipicità possibile e condivisibile è stata l’incapacità di essere e restare indomati, nel non voler obbedire, con rassegnazione, ad una ‘società che punta all’isolamento’ e ad un’arte ‘che distrae e non aggrega’.
È stata la Giornata Atipica, la sua Notte è stata Inflessibile.
Inflessibile ma non infallibile, di una fallibilità im-prevista e im-prevedibile, talmente imprevedibile da esser prevedibile. Da quel momento in poi.
Fallibile nei tempi e negli spazi.. Fallibile.. perché nonostante l’aspirazione al divino, divina è solo l’arte, non le donne e gli uomini che la esplicano. Fallibile, ma di un’umanità che aspira alla perfezione, e per questo cammina..sussulta..pensa..crea..
È una umanità che ha il volto di donne e di uomini, giovani e meno, precari e imprecati, che precariamente lavora e precariamente dorme, accortamente ascolta, osserva, pensa e vive.
È un’umanità che lavora precariamente, ma che precariamente non vive.
Sono donne ed uomini consapevoli che un mondo precario precarizza i rapporti di vita e i sentimenti, sempre in bilico tra un accredito e tanti addebiti, che minano i nervi e stancano il cuore..e che forte di questa consapevolezza, crede in un mondo differente, e lo crea in modo differente, costruendolo con gli strumenti della precarietà che indossa, ma che non abita.. da cui ha la volontà, la forza e il coraggio di astrarsi.
Gli aperitivi sono materiale da romanzo, le persone sembrano, cambiano un po’, diventano inaspettatamente divertenti, dimostrano tutti una strana scioltezza nelle parole , tutti dicono o cercano di fare cose divertenti, simpatiche fuori dalla routine della vita.
Pensa che bello se la vita fosse un aperitivo e la fine della giornata diventasse il momento per stare seri , per dimostrare di essere capaci di fare una cosa.
Sì forse dovrebbe essere sempre così.
Così chi vive a 360 ° potrebbe darsi pace, chi a 180° può sorridere divertito, chi a 90° osservare taciturno.
L’aperitivo tira fuori quella strana freschezza di chi vuole rimanere, di chi vuole provare almeno per una sera ad essere diverso, a essere più leggermente se stesso, a chi vuole dimostrare di essere simpatico nonostante il ruolo sociale attaccato sulla fronte, una fronte spaziosa di norma, che nessuna mai girandosi lo possa dimenticare.
L’aperitivo è una sorta di mondo in miniature: vedi le ragazze in tiro che entrano sbattendo la porta perché vogliono che tutti girandosi ,per quel frastuono, le guardino con occhi d’ammirazione, i ragazzi cercano di essere carini, ti offrono da bere, non tutti a dire il vero, poi ci sono i fanciulli che hanno quello strano sguardo negli occhi che mi piace, che mi fa stranamente sorridere, io che anche se ultimamente sorrido troppo, di norma sorriderei molto poco, poi ci sono quelli che se ne vanno perché non si sentono parte di quel tutto, che è un tutto che non esiste è solo una parte di qualcosa, di qualcosa di indefinito, incerto costruito, non è il tutto ma solo una piccola parte, dove persone assolutamente estranee cercano di capire se magari possono diventare meno estranei, poi capisci, perché il tutto anche se parziale mi ha sempre terrorizzato è una catena che nel bene o nel male ti lega, ti vincola, ti rende diversa da come sei, è il palcoscenico di sé, rappresenti l’immagine di te che hai scelto di far vedere.
Li allora capisco chi se n’é andato forse quella sera voleva essere e non rappresentarsi mi spiace solo che avrei dovuto capire e non acconsentire ascoltare e non lasciare andare.
Poi ci siamo noi con il nostro rumore, con gli sguardi che scrutano le espressioni, perché alla fine lo sai che non appartieni solo a te, che dovevi dire grazie con più intensità, che dovevi sorridere di più, di meno, che non dovevi prenderla su personale, che una persona può essere antipatica nonostante il suo valore, che qualcosa può piacerti ma che non sei capace di volerlo, che mi piace andare in moto, che mi piace sapere che sono diversa e con un bel sospiro di sollievo non me ne vergogno, che non mi sono sbagliata a dire di no, che non mi sono sbagliata a dire di si, che sono uscita nonostante non mi piaccia, che ho cercato di dire, di essere fedele al mio personaggio e che non mi interessa, che è una presunzione d’intenti quello che gli altri pensano di te e che stasera non mi interessa perché ho l’assoluta presunzione che tutti sono nascosti anche se a 360° 180° o 90°.
Vado in scena.
Oggi ho imparato due cose:
La prima: che il peso celebrale delle persone non corrisponde al valore che tu dai loro e alle aspettative che hai su di loro
Secondo: che bisogna vivere considerando che la leggerezza è una grande virtù e che non vale la pena " pesare" di più sulle cose
Sono giunta a tali " sagge" considerazioni perchè io che sono pesante, in tanti sensi, metto sempre il muso nell'assoluta convinzione che l'altra persona con la sua telepatica mente capisca che gli sto dicendo; " Senti c'è l'ho con te, perchè per me dovevi dire, fare o almeno provare a dire..." , tipiche paranoie di noi pesanti, poi ovvio che l' altro dirà : " ma che pesante sta tipa..." tutto gira intorno alla parola "PESANTE", come se fosse sempre negativo essere così.
Poi se l'altra persona è pesante solo la metà di te mette il muso e io che non sono sempre " accorta" dico: " Ma guarda che pesante!"
E' proprio un girotondo.
Ma che poi mettere il muso è pure faticoso, perchè vai a casa rincoglionisci chi ti sta accanto sproloquiando di mille verità e ti ritrovi che ti senti una sciocca per aver messo il muso a qualcuno che avrà detto: " Guarda sta rompipalle.." per usare un eufemismo.. che tanto non ha capito o non vuole farlo, perchè per me le persone alle quali scegli di mettere il muso sono telepatiche ma fanno finta di niente..
Allora dopo l'ennesima lezione, dopo aver tramortito un'altra persona che suppongo non uscirà più con me, dopo che ho capito che tanto non vuole capire, che non esistono più le mezze stagioni, che era meglio morire da piccoli, mi fulminasse il più luminoso dei fulmini non sarò più pesante..mai mai più..no magari un altro pò..solo un pochino..solo ogni tanto..ancora una volta...
Che fatica essere leggeri...ehmm pesanti!!!!
Imperfetti si sa, si è tutti, anche quelli che lo nascondono bene, a tutti manca qualcosa.
Venerdì un pò della nostra imperfezione si è manifestata, tra i ritardi, i sudori, i rumori, gli affanni.
Ma poi voltandosi verso un diverso orizzonte, quell'imperfezione sembra sorriderci, girandoti vedrai lo sguardo di Marta Laghezza e delle sue foto che sembrano davvero avere un'anima, il pianoforte che prende vita, le mani che impastano, gli occhi delle persone, li di imperfetto non sembra esserci nulla , nemmeno il vento che rema contro, nemmemo le candele che non vogliono accedendersi,
Girandoti vedrai un tavolo imbandito a festa, con cibi colorati, vedrai la preoccupazione di non aver fatto abbastanza,
Girandoti vedrai un muro pieno di scritte, di chi precario, atipico si sente dentro,
Girandoti vedrai gli attori ripetere la loro parte, freneticamente, fino all'ultmo respiro,
Girandoti sentirai i musicisti e le loro note muoversi della notte,
Girandoti vedrai il bancone del bar ricoperto di persone,
Girandoti vedrai il sorriso di chi cerca di far capire il perchè di tutto questo,
Girandoti vedrai le arrabbiature di chi voleva che tutto filasse dritto, sentirai un pò d'amaro per quello che non è andato, sentirai gli sguardi stanchi e emozionati di chi ha cercato di dare a tutto un senso, di chi di nascosto ha dato sempre e comunque la sua mano.
Si sa, nessuno e perfetto.
Mi fanno male i piedi,
Ma sapete come si trasformano quattro chili di pasta e uno di farro?
Una montagna , la guardo sconcertata ho in casa una montagna: è per la giornata atipica.
Una montagna di colori, sudori, parolacce, sfacchinate, errori, esagerazioni, risate, insomma quella strana euforia prima della tempesta o era la festa?
Stamattina mentre tornavamo dalla spesa in motorino con quell' altra montagna di cibi ancora informi, continuavamo a ridere di quel ridere fresco che da tanto non mi capitava.
E poi tutti quei cibi, colori, le cose da tagliare, gli spinaci da cuocere, le patate da pelare, il telefono che sembra non voler smettere di suonare, l'imprevisto che non riesci a risolvere , gira la pasta, scola la pasta metti olio, metti in forno la torta, trita la cipolla, prepara la cena, lava le cose, metti all'alluminio sui piatti...
Poi sedendoci ci siamo messe a ridere di quella risata stanca di chi veramente è sfinito, domani cioè oggi dobbiamo comincare con la pasta, poi le frittate...
Mi fanno male i piedi ma oggi è già domani...
Oggi, un atipico giorno si sta preparando vi aspetto per la tempesta o era la festa?
Il silenzio della notte è meraviglioso, da qui non sento nulla, nemmeno un rumore se non le mie dite che scrivono sui tasti.
Il silenzio della notte ti permette di fare ordine nelle mille parole ascoltate stasera, nelle mille idee che hanno affollato i nostri destini, nei mille momenti di frenesia.
Il silenzio della notte, stanotte, mi ricorda l'attesa di Babbo Natale io che ero e sono una fanciulla "accorta" mi mettevo vicino all'albero e facevo la posta , mi addormentavo e Babbo arrivava metteva i regali e se ne andava, no perchè Babbo Natale esiste altro che ora sei grande e ti dobbiamo dire la verità io non ho mai creduto che non esistesse, cosi stanotte aspetto il nostro giorno atipico con la stessa voglia di vedere Babbo Natale nella speranza di non addormentarmi almeno quella notte.
Il silenzio della notte mi fa pensare che forse dieci chili di pasta sono pochi, di più non c'è la faremo a farli però, perchè alla fine sono tanti 10 chili anche se non è mai abbastanza.
Il silenzio della notte mi fa pensare a chi come me precarimente vive che cerca con affanno di trovare una strada che sia la sua.
Stanotte quella strada sembra lontana, ma perfortuna c'è Babbo Natale, perfortuna c'è Venerdì, perfortuna ci sono altri silenzi.